A presto...
Venerdì scorso come avevo già detto è stato il mio ultimo giorno in negozio. Quando è arrivato il momento di andarmene ho sentito una stretta al cuore e ho ripensato alla conversazione che avevo avuto il giorno prima con Elisa, una mia compagna di classe. Lei aveva detto che gli addii melodrammatici in un certo senso le piacevano, e io avevo scrollato le spalle:-non lo so, non è che ne vada matta.-. La ammiro, è una ragazza in gamba e penso di capire cosa intende, però non ho capito cosa intendevo io finchè non ho guardato Ayi e mi sono resa conto di avere gli occhi lucidi. Quando ti rendi conto che stai per dire arrivederci a tutto quello che hai e addio a quello che sei...è drammatico e basta. Per fortuna esistono gli abbracci per farti sentire meglio.
In quel negozio ho passato l'estate più emotivamente travagliata della mia vita non particolarmente lunga, e per quanto ci siano state giornate no, clienti poco cortesi, momenti di noia e troppi autobus in ritardo, è stato bello. Bello e intenso, partire da un giorno a caso con degli sconosciuti e un bambino cinese che mi insegnava gli ideogrammi per acqua e fuoco e arrivare a sentirsi accolta, al posto giusto, tra amici.
"Mei you ren" non c'è nessuno, è stata una delle prime frasi che ho imparato, e quando sono arrivata venerdì non c'era davvero nessuno, quindi ho girato un po' tra gli scaffali, dicendo addio a tutto. Quante cose non so ancora dove sono, o come dice Ayi "dov'è la loro posizione" ma quante invece le so trovare subito, le cornici, i rossetti, le posate, le borse...penso che sia stata proprio la mia fragilità in questo periodo a farmi provare tutto in modo così vivido, perciò non tutto il male vien per nuocere. L'anno prossimo tornerò là, i ragazzi saranno più grandi, le cose probabilmente saranno state spostate, ma il ricordo di quest'estate e del mal di testa quando non capivo una richiesta in cinese, e dei gelati comprati al supermercato saranno al loro posto. Dov'è la loro posizione.
Non sono venti chili nemmeno a pagarli.
Primo step per la partenza: preparare la valigia. Io l'ho affrontata con la determinazione di un bradipo con l'artrite, mia mamma invece ha tirato fuori mezzo armadio mostrandomi ogni capo e chiedendomi se volevo portarlo. Alla fine, dopo aver cacciato dentro molte magliette a maniche corte e qualche pezzo "basico" per l'inverno, l'ha sollevata e poi ha sentenziato "non sono venti chili nemmeno a pagarli". Peccato, perchè io ne posso portare venti e Dante l'ingombrante (il mio panda) è rimasto sopra, in attesa di sapere se verrà schiacciato in valigia anche lui o se gli rimane un po' di spazio nel bagaglio a mano. Io però non ce l'ho fatta ad andare avanti, perchè mi sono sentita in colpa nei confronti di mia mamma. Mi sono chiesta se la sto abbandonando. Ovviamente no, tornerò prima di quanto possa sembrare, e naturalmente ho il suo consenso. Però ogni cosa in quella valigia io la porto via con sua figlia, figlia unica, e la lascio qui con il resto, con il mio letto vuoto e le mie cose sulle mensole, ad aspettare. Sensi di colpa ovunque. Sono felice, sì, e non vedo l'ora di partire, però fa anche un po' male, quella valigia, venti chili sul cuore della persona che amo di più al mondo. L'unica cosa che mi solleva è la certezza che il nostro legame non può che uscirne più forte, e che io vivrò fino in fondo quest'esperienza anche per lei. Per quei venti chili. Per l'affetto immenso che ci rende quasi una cosa sola.
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