Questo
potrebbe realmente diventare il post più lungo di sempre, dato che da quando
sono partita alla volta di Roma con il mio bagaglio di venti chili giusti
giusti e uno zaino di sette non ho avuto modo di accendere il computer e mettermi a scrivere.
Ciao. Facciamo
il punto della situazione: una volta arrivati a Roma abbiamo dovuto ascoltare
un discorso abbastanza lungo e abbastanza motivante sulla bellezza delle
esperienze all’estero, dopo il quale
abbiamo potuto salutare i nostri genitori, e vi assicuro che lasciare
andare via mia mamma in lacrime è stata una delle cose più difficili che io
abbia mai fatto(ti voglio bene mamma!). Per fortuna intercultura ci tiene a
riempire ogni singolo minuto di tempo con raccomandazioni varie e tantissimo
cibo più o meno buono, perciò sono riuscita a passare la serata
tranquillamente. La notte è stata segnata da svariati incubi su adattatori che
non funzionavano e passaporti persi, ma non è durata molto dato che la sveglia
era alle CINQUE DI MATTINA per arrivare in aeroporto in tempo. Una volta lì
abbiamo preso un volo per Zurigo, poi una metro con i versi delle mucche e lo
yodel (non sto scherzando) verso il terminal del nostro volo successivo, ovvero
Zurigo-Beijing, e dopo svariate ore di fannullismo CINAAAAAA! Ma sul serio
stavolta!
L’aeroporto
di Pechino è una cosa immensa, così come immense sono le strade, i palazzi e
l’albergo dove poco alla volta sono arrivati gli exchange students da tutto il
mondo. In realtà stare lì con loro è stata un’esperienza stranissima, perché si
sentivano lingue diverse da ogni parte, però bisognava parlare inglese,
mangiare con le bacchette, e tassativamente non uscire dall’hotel. L’unica
uscita guidata è stata quella alla Grande Muraglia, perché, come ci hanno
spiegato i volontari cinesi, quasi tutti giovanissimi, anche più piccoli di
noi, disponibili e sorridenti più delle hostess di Swiss Air, solo chi scala la
grande muraglia può essere un eroe, e noi dobbiamo tornare tra dieci mesi da
veri eroi vincenti. Sì…comunque dopo centinaia di scale, gambe distrutte,
polmoni infuocati e, personalmente alto rischio di svenimento, siamo arrivati
in cima ad una delle costruzioni più monumentali e regali di sempre. Non ci
sono parole per descrivere come ci si sente guardando la muraglia che si snoda
sui monti, come nei dipinti cinesi. Non ci sono parole nemmeno per descrivere
il caldo infame che faceva, ad essere
sinceri.
Non
dimentichiamoci i momenti di assurdità gratuita nei quali dei tizi random ci
chiedono di fare una foto con noi oppure mi parlano in cinese a velocità
supersonica e paradossalmente, quando cedo dieci anni della mia vita all’oblio
per riuscire a pronunciare in modo convincente “io non parlo cinese”, parlano
ancora più rapidamente.
Ieri
finalmente è arrivato il momento di imbarcarsi sul volo per Chengdu insieme
agli studenti diretti a Deyang, ed essendo praticamente gli unici occidentali
nella sala d’attesa tutti ci fissavano. Una volta arrivati, abbiamo scoperto
che i nostri insegnanti erano in ritardo di un’ora, per cui sono rimasta un bel
po’ di tempo con i thailandesi che abitano nella mia stessa città e vi assicuro
che il cinese non è niente in confronto alla loro parlata…alcuni suoni non
sapevo nemmeno esistessero! Un’ora di autobus dopo eccoci a Xindu, dove ci sono
venuti a prendere le nostre famiglie ospitanti. Momento imbarazzante nel quale,
nonostante tutti i discorsi sul contatto fisico per i cinesi, la mama mi
abbraccia e io comincio a blaterare in inglese. Didi, mio fratello (suona così
strano) uno stangone di tredici anni ieri, quattordici oggi, mi spiega che andremo a mangiare l’hotpot, e
io tento di prepararmi mentalmente all’idea di questo tipico piatto del Sichuan
tremendamente piccante che deve passare sulle mie papille gustative….e invece
mi è piaciuto tantissimo! Per fortuna Baba, il padre ospitante che non parla
inglese, ha deciso di comunicare tutto a gesti, e ogni volta che mangiamo
qualcosa prima la prende lui e mi mostra come fare, poi se io ripeto nel modo
giusto mi sorride soddisfatto.
La
camera da letto è stata uno shock: è tutta un letto, che non è un letto.
Praticamente è completamente ricoperta da un futon, dove io dormo, fatta
eccezione per un angolino dove c’è in piccolo tavolo e per la superfice
occupata dall’armadio, del quale un quarto è a mia disposizione. Ora però non
lo trovo più così male e la vista è spettacolare.
Oggi
siamo andati a vedere i panda, ed erano carinissimi! Uno ha anche fatto una
capriola, e poi abbiamo visto quelli appena nati nelle incubatrici…posso morire
in pace!
Grazie
alla comunicazione a gesti so usare un po’ tutto in casa e mi sto adattando
relativamente in fretta. Ci sono un sacco di cose da dire sulla Cina e su cosa
non capisco ma penso che farò un altro post perché questo è già una cosa
immensa.
Domani
andiamo a nuotare nella piscina di fronte, didi me l’ha promesso, quindi vado a
ripescare il costume dalla valigia, ciaooo!
P.s nel
parco dei panda il mio nome cinese è stato deciso definitivamente: Wang Zai
Xia, che c’entra qualcosa con i colori del tramonto ma non chiedetemi di più
percjè non lo so!
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