Friday, 30 August 2013

Sono successe talmente tante cose che non posso riassumerle.

Perciò accontentatevi di alcuni fatti relativi ai miei primi giorni a Xindu.

Gli orecchini no...
Una sera mi sono messa gli orecchini per uscire di casa e la mamma cinese un po' contrariata me li ha fatti togliere. Perchè? Perchè solo le donne adulte generalmente hanno i buchi alle orecchie, visto che, come mi ha spiegato poi mio fratello, indossarli a scuola può comportare fino a una settimana di sospensione...addio orecchini, addio!

...ma i tacchi alti sì.
Circa la metà delle ragazze cinesi sembra appena uscita da una festa: tacchi altissimi, gonne cortissime, borsette, camicette piene di volant, vestitini aderenti e chi più ne ha più ne metta. Anzi, aggiungerei io un bel "accostamenti cromatici di dubbio gusto". L'altra metà, nella quale credo di rientrare, è vestita abbastanza a caso, però si tratta soprattutto di ragazzine o ragazze della mia età, le quali comunque spesso sfoggiano infradito con la zeppa più alte del mio pugno.

Cibo cibo cibo
Fino a circa ieri ogni volta dovevo lasciare qualcosa perchè si mangia davvero davvero tanto...ora purtroppo il mio stomaco si sta abituando e mi preparo a diventare una balenottera azzurra. Mangiare è lo sport nazionale qui, e quasi tutto è buono. Letteralmente, ieri abbiamo mangiato piedi (?) di maiale ed erano squisiti.

La colazione però...
"Pudding" la chiama il fratello, io la chiamo "pappetta di riso insapore con dentro delle cose verdi e troppa acqua". L'unica cosa positiva sono le cose che teoricamente dovresti immergerci....oggi sempre per stare sul leggero si trattava di pane fritto uovo fritto e salsiccia fritta. Io dunque ho escogitato un metodo per non rimanere sempre con il non-sapore di pappetta in bocca: mangio lentamente (questo è facile, tutti risucchiano e finiscono subito, mentre io, che ho il naso troppo grande e mi finisce nella tazza, mi arrangio con le bacchette) e aspetto che gli altri abbiano finito, poi butto giù gli ultimi bocconi di pappa e tengo la tazza sollevata in modo che non si veda se è vuota; dunque prendo qualcosa dal centro e fingo di intingerlo nella pappa, et voilà, un sapore decente. Perchè tutta questa farsa? Perchè se vedessero che mangio ancora mi darebbero altra pappa, ecco perchè!!!

Se non sei abituato al fumo, abituati.
Il concetto di zona fumatori non esiste. La Cina è un'immensa zona fumatori. Gli uomini fumano al ristorante, per strada, in casa, alcuni nei negozi, e per dare il benvenuto ad altri uomini cosa fanno? Gli offrono una sigaretta. La sera peggiore in quanto ad aria l'ho passata in un ristorante con tre zii e il papà che fumavano come ciminiere una sigaretta dopo l'altra. Il papà però è gentile perchè adesso ha capito che il fumo mi fa tossire e cerca di mettersi sempre un po' distante da me.

La vanità dell'elefante bianco.
Eliminata. Non ho uno specchio, ed esco sempre conciata in modo assurdo, ma la gente continua comunque a dirmi che sono carina, che sono adorabile, e alcuni mi chiedono di fare una foto con loro. E' davvero stranissimo! Il fatto è che sono letteralmente l'unica ragazza occidentale che vive a Xindu, ed è davvero particolare vedere uno straniero camminare per il quartiere...mi fissano come se fossi un elefante bianco a passeggio! Di solito non mi da fastidio, anche se certe occhiate non sono proprio amichevoli, però essere costantemente osservata presenta i suoi svantaggi: innanzitutto io, che già ho un equilibrio discutibile, poca padronanza delle bacchette e la testa tra le nuvole, sapendo di essere osservata cado faccio cadere e sbaglio  il doppio; secondariamente essendo io un elefante bianco non c'è modo che la gente si dimentichi di quello che faccio o mi confonda con un'altra persona. Ieri sono caduta su un bambino piccolo, e i suoi genitori di sicuro se lo ricorderanno, accidenti.



Monday, 26 August 2013

Post lungo ma nemmeno tanto perchè mi sono trattenuta.

Questo potrebbe realmente diventare il post più lungo di sempre, dato che da quando sono partita alla volta di Roma con il mio bagaglio di venti chili giusti giusti e uno zaino di sette non ho avuto modo di accendere il computer e mettermi a scrivere.
Ciao.                                                                                                                                                    Facciamo il punto della situazione: una volta arrivati a Roma abbiamo dovuto ascoltare un discorso abbastanza lungo e abbastanza motivante sulla bellezza delle esperienze all’estero, dopo il quale  abbiamo potuto salutare i nostri genitori, e vi assicuro che lasciare andare via mia mamma in lacrime è stata una delle cose più difficili che io abbia mai fatto(ti voglio bene mamma!). Per fortuna intercultura ci tiene a riempire ogni singolo minuto di tempo con raccomandazioni varie e tantissimo cibo più o meno buono, perciò sono riuscita a passare la serata tranquillamente. La notte è stata segnata da svariati incubi su adattatori che non funzionavano e passaporti persi, ma non è durata molto dato che la sveglia era alle CINQUE DI MATTINA per arrivare in aeroporto in tempo. Una volta lì abbiamo preso un volo per Zurigo, poi una metro con i versi delle mucche e lo yodel (non sto scherzando) verso il terminal del nostro volo successivo, ovvero Zurigo-Beijing, e dopo svariate ore di fannullismo CINAAAAAA! Ma sul serio stavolta!
L’aeroporto di Pechino è una cosa immensa, così come immense sono le strade, i palazzi e l’albergo dove poco alla volta sono arrivati gli exchange students da tutto il mondo. In realtà stare lì con loro è stata un’esperienza stranissima, perché si sentivano lingue diverse da ogni parte, però bisognava parlare inglese, mangiare con le bacchette, e tassativamente non uscire dall’hotel. L’unica uscita guidata è stata quella alla Grande Muraglia, perché, come ci hanno spiegato i volontari cinesi, quasi tutti giovanissimi, anche più piccoli di noi, disponibili e sorridenti più delle hostess di Swiss Air, solo chi scala la grande muraglia può essere un eroe, e noi dobbiamo tornare tra dieci mesi da veri eroi vincenti. Sì…comunque dopo centinaia di scale, gambe distrutte, polmoni infuocati e, personalmente alto rischio di svenimento, siamo arrivati in cima ad una delle costruzioni più monumentali e regali di sempre. Non ci sono parole per descrivere come ci si sente guardando la muraglia che si snoda sui monti, come nei dipinti cinesi. Non ci sono parole nemmeno per descrivere il caldo infame che faceva, ad essere  sinceri.                                                         
Non dimentichiamoci i momenti di assurdità gratuita nei quali dei tizi random ci chiedono di fare una foto con noi oppure mi parlano in cinese a velocità supersonica e paradossalmente, quando cedo dieci anni della mia vita all’oblio per riuscire a pronunciare in modo convincente “io non parlo cinese”, parlano ancora più rapidamente.

Ieri finalmente è arrivato il momento di imbarcarsi sul volo per Chengdu insieme agli studenti diretti a Deyang, ed essendo praticamente gli unici occidentali nella sala d’attesa tutti ci fissavano. Una volta arrivati, abbiamo scoperto che i nostri insegnanti erano in ritardo di un’ora, per cui sono rimasta un bel po’ di tempo con i thailandesi che abitano nella mia stessa città e vi assicuro che il cinese non è niente in confronto alla loro parlata…alcuni suoni non sapevo nemmeno esistessero! Un’ora di autobus dopo eccoci a Xindu, dove ci sono venuti a prendere le nostre famiglie ospitanti. Momento imbarazzante nel quale, nonostante tutti i discorsi sul contatto fisico per i cinesi, la mama mi abbraccia e io comincio a blaterare in inglese. Didi, mio fratello (suona così strano) uno stangone di tredici anni ieri, quattordici oggi,  mi spiega che andremo a mangiare l’hotpot, e io tento di prepararmi mentalmente all’idea di questo tipico piatto del Sichuan tremendamente piccante che deve passare sulle mie papille gustative….e invece mi è piaciuto tantissimo! Per fortuna Baba, il padre ospitante che non parla inglese, ha deciso di comunicare tutto a gesti, e ogni volta che mangiamo qualcosa prima la prende lui e mi mostra come fare, poi se io ripeto nel modo giusto mi sorride soddisfatto.
La camera da letto è stata uno shock: è tutta un letto, che non è un letto. Praticamente è completamente ricoperta da un futon, dove io dormo, fatta eccezione per un angolino dove c’è in piccolo tavolo e per la superfice occupata dall’armadio, del quale un quarto è a mia disposizione. Ora però non lo trovo più così male e la vista è spettacolare.

Oggi siamo andati a vedere i panda, ed erano carinissimi! Uno ha anche fatto una capriola, e poi abbiamo visto quelli appena nati nelle incubatrici…posso morire in pace!
Grazie alla comunicazione a gesti so usare un po’ tutto in casa e mi sto adattando relativamente in fretta. Ci sono un sacco di cose da dire sulla Cina e su cosa non capisco ma penso che farò un altro post perché questo è già una cosa immensa.
Domani andiamo a nuotare nella piscina di fronte, didi me l’ha promesso, quindi vado a ripescare il costume dalla valigia, ciaooo!

P.s nel parco dei panda il mio nome cinese è stato deciso definitivamente: Wang Zai Xia, che c’entra qualcosa con i colori del tramonto ma non chiedetemi di più percjè non lo so!

Tuesday, 20 August 2013

Oggi.

Così oggi è il giorno. Tra mezz'ora uscirò di casa, andrò in stazione e prenderò un treno per Roma. Il prossimo post niente ansia pre-partenza, adesso si comincia a giocare duro. Gli addii non sono facili, persino chiudere la valigia non è facile, ma è arrivato il momento, il nostro momento. Oggi.

Wednesday, 14 August 2013

Un negozio da chiamare casa e una valigia quasi chiusa.

A presto...
Venerdì scorso come avevo già detto è stato il mio ultimo giorno in negozio. Quando è arrivato il momento di andarmene ho sentito una stretta al cuore e ho ripensato alla conversazione che avevo avuto il giorno prima con Elisa, una mia compagna di classe. Lei aveva detto che gli addii melodrammatici in un certo senso le piacevano, e io avevo scrollato le spalle:-non lo so, non è che ne vada matta.-. La ammiro, è una ragazza in gamba e penso di capire cosa intende, però non ho capito cosa intendevo io finchè non ho guardato Ayi e mi sono resa conto di avere gli occhi lucidi. Quando ti rendi conto che stai per dire arrivederci a tutto quello che hai e addio a quello che sei...è drammatico e basta. Per fortuna esistono gli abbracci per farti sentire meglio.
In quel negozio ho passato l'estate più emotivamente travagliata della mia vita non particolarmente lunga, e per quanto ci siano state giornate no, clienti poco cortesi, momenti di noia e troppi autobus in ritardo, è stato bello. Bello e intenso, partire da un giorno a caso con degli sconosciuti e un bambino cinese che mi insegnava gli ideogrammi per acqua e fuoco e arrivare a sentirsi accolta, al posto giusto, tra amici.
"Mei you ren" non c'è nessuno, è stata una delle prime frasi che ho imparato, e quando sono arrivata venerdì non c'era davvero nessuno, quindi ho girato un po' tra gli scaffali, dicendo addio a tutto. Quante cose non so ancora dove sono, o come dice Ayi "dov'è la loro posizione" ma quante invece le so trovare subito, le cornici, i rossetti, le posate, le borse...penso che sia stata proprio la mia fragilità in questo periodo a farmi provare tutto in modo così vivido, perciò non tutto il male vien per nuocere. L'anno prossimo tornerò là, i ragazzi saranno più grandi, le cose probabilmente saranno state spostate, ma il ricordo di quest'estate e del mal di testa quando non capivo una richiesta in cinese, e dei gelati comprati al supermercato saranno al loro posto. Dov'è la loro posizione.


Non sono venti chili nemmeno a pagarli.
Primo step per la partenza: preparare la valigia. Io l'ho affrontata con la determinazione di un bradipo con l'artrite, mia mamma invece ha tirato fuori mezzo armadio mostrandomi ogni capo e chiedendomi se volevo portarlo. Alla fine, dopo aver cacciato dentro molte magliette a maniche corte e qualche pezzo "basico" per l'inverno, l'ha sollevata e poi ha sentenziato "non sono venti chili nemmeno a pagarli". Peccato, perchè io ne posso portare venti e Dante l'ingombrante (il mio panda) è rimasto sopra, in attesa di sapere se verrà schiacciato in valigia anche lui o se gli rimane un po' di spazio nel bagaglio a mano. Io però non ce l'ho fatta ad andare avanti, perchè mi sono sentita in colpa nei confronti di mia mamma. Mi sono chiesta se la sto abbandonando. Ovviamente no, tornerò prima di quanto possa sembrare, e naturalmente ho il suo consenso. Però ogni cosa in quella valigia io la porto via con sua figlia, figlia unica, e la lascio qui con il resto, con il mio letto vuoto e le mie cose sulle mensole, ad aspettare. Sensi di colpa ovunque. Sono felice, sì, e non vedo l'ora di partire, però fa anche un po' male, quella valigia, venti chili sul cuore della persona che amo di più al mondo. L'unica cosa che mi solleva è la certezza che il nostro legame non può che uscirne più forte, e che io vivrò fino in fondo quest'esperienza anche per lei. Per quei venti chili. Per l'affetto immenso che ci rende quasi una cosa sola.

Tuesday, 6 August 2013

Abbracciami!

Ho deciso che questa sarà l'ultima settimana di "lavoro" per me, perchè voglio avere liberi gli ultimi giorni in Italia in modo da poter salutare con calma un paio di persone e stare un po' con mia mamma.
Per assurdo dire che partirò il 21 non mi provoca grandissimi scombussolamenti (anche se sto cominciando a coccolare di più la mamma, e un po' me ne approfitto anche), però pensare che da venerdì in poi non andrò più al negozio e dovrò salutare tutti...non lo so, forse è perchè "venerdì" suona tanto più vero di una data, o forse perchè ieri ne ho parlato col figlio più piccolo di Ayi e lui mi ha chiesto se cenerò ancora con loro e chi lo aiuterà con i compiti adesso, e mi è salita la tristezza guardando quel bambino pandoso seduto accanto a me. Addirittura dopo si è messo a fare i compiti di sua spontanea volontà!
Gli ho chiesto se prima che io vada via mi abbraccerà e mi ha risposto "forse sì" e io spero che sia vero perchè adesso devo fare scorta di abbracci, anzi,ora che ci penso vado ad abbracciare la mamma e magari anche la gatta, che non sarà molto contenta ma pazienza, tra poco si libererà di me per dieci mesi!

Ah, ho chiamato il panda di peluche "Dante l'ingombrante" dato che mi occupa un quarto dello spazio in valigia. Abbraccerò anche lui.

Saturday, 3 August 2013

Go. In entrambi i sensi.

Una giocata non è mai buona o cattiva – è il modo in cui ci si serve di quella pietra che è buono o cattivo -Proverbio del Go. 
Ho diciassette anni, adesso. Ho diciassette anni, un panda di peluche, un fumetto, una custodia per computer, un quaderno, una sciarpa, una cintura, un ventaglio, svariate magliette e calzini in più. Diciassette anni, e meno diciotto giorni alla Cina.
Ultimamente non ho aggiornato il blog perché innanzitutto volevo godermi il periodo compleanno con relative coccole da parte delle mie amiche e della mia famiglia, poi perché fa davvero troppo caldo per azionare il cervello, e infine perché il suddetto cervello ha dei seri problemi a registrare l'avvicinarsi della data di partenza.
Quindi invece di impegnarmi a riassumere gli ultimi avvenimenti, che alla fine sono una cena di compleanno al ristorante cinese (tanto per cambiare) e una con la famiglia, ho deciso di parlare del gioco del go.
Lasciatemi dire che anche dopo essermi letta tutta la storia e le regole di questo antico gioco diffuso in tutta l'Asia, ho capito molto poco. Sembra semplice all'inizio: una scacchiera, pietre bianche e nere usate come pedine e vince chi mangia più pedine/ conquista più territorio sulla scacchiera. Una specie di fusione tra la dama e risiko, ho pensato (anche se tutto quello che so del risiko è che c'entra conquistare posti). Poi però cominciano a venire fuori regole, tempi, "muri" e "occhi", due diversi sistemi di punteggio...ho provato a guardare una partita e ho cominciato a vedere gli schemi, eppure mi sfuggiva sempre una cosa, cioè la fine della partita.
Di solito nei giochi da tavolo è semplice capire chi vince, ad esempio nella dama ad un certo punto vedi meno pedine di un colore e più di un altro...ma nel go? Allora mi sono riletta tutte le regole, e ho cercato altre informazioni, ma un paragrafo della spiegazione su wikipedia mi ha colpita:

Malgrado la sua ampia popolarità in Asia orientale, il go si è diffuso lentamente nel resto del mondo, a differenza di altri giochi di origine asiatica come gli scacchi. Schadler[16] ipotizza che gli scacchi abbiano un fascino più diffuso in quanto nel gioco si utilizzano pezzi che possono essere resi congruenti con la cultura dei giocatori (si pensi alla Regina e all'Alfiere degli scacchi occidentali e al Consigliere e all'Elefante di quelli cinesi) e in quanto il go ha una fine anti-climatica, a differenza degli scacchi e del loro scacco matto, tanto che giocatori neofiti di go hanno difficoltà a capire quando una partita è terminata.
Oltre che ad essere un po' tonta di mio se si parla di giochi, questo non si abbina bene alla mia cultura. Grazie eh. Eppure adesso che lo so, adesso che  mi hanno detto "Ehi, va bene se non lo capisci, in fondo è anche un fatto culturale" io lo voglio comprendere, se non apprendere. Perchè il mio cervello non ci sta dietro. Perchè la mia cultura sarebbe più orientata agli scacchi che al go.
Penso che tutti quelli che come me stanno per partire o sono già partiti abbiano mandato al diavolo gli scacchi e si siano dati al go.
 
                                                      Nel dubbio, ristorante cinese.

                                                   Portare panda a Chengdu è come portare acqua
                                                   salata al mare, ma lui è speciale ^-^)/*