Immagina per un secondo di non essere tu. Chiunque tu sia, ragazzo o ragazza, uomo o donna, giovane o diversamente giovane, non importa. Per i prossimi minuti, tu sei Chen Mei, una studentessa nella mia scuola cinese. Pronti?
Sei e mezza di mattina, la sveglia suona seguita dalla musica degli altoparlanti. Scosti la zanzariera e scivoli giù dal letto a castello. Vorresti andare in bagno, ma una delle tue compagne di stanza ci si è chiusa a chiave cinque minuti fa, quindi ti infili la divisa bianca e gialla, troppo calda per il sole di metà maggio e cominci a pettinarti i capelli. Sai che ti toccherà saltare la colazione quando senti la musica dell'adunata, è già ora di correre e sei l'ultima rimasta in stanza. Corri giù dalle scale, ti metti in fila, cominciate a correre e tutto quello a cui riesci a pensare è che non sei ancora andata in bagno. I pantaloni dell'uniforme ormai ti si sono incollati alle gambe, le ultime note della marcetta si spengono e vengono sovrastate dal chiacchiericcio degli studenti. Bagno, devi andare in bagno. Di nuovo, corri, andata e ritorno, ma sei in ritardo e la professoressa ti fa stare in piedi per tutta la durata della lettura mattutina. Mezz'ora in piedi, a leggere una lista di parole. Finalmente ti siedi, la tua compagna di banco ti fa scivolare dei biscotti in mano, poi ridacchia e ti fa segno di mangiare. Sorridi, aspetti che l'insegnante non ti guardi, e finalmente mangi. Suona la campanella, e durante la prima lezione la testa ti si appesantisce, ma ti concentri per non addormentarti, perchè sai che se il coordinatore ti vede ti farà alzare di nuovo. Un'ora, solo un'ora, ce la puoi fare. Chiudi gli occhi, li riapri all'istante, non ti addormentare! Ti rendi conto che la ragazza di fronte a te è già collassata e le tiri un calcetto per svegliarla. Dieci minuti, resisti. Finalmente puoi appoggiare la testa sul banco, e ti addormenti all'istante. La campana suona di nuovo, ti alzi, ti inchini Lao Shi haoooo, buongiorno professore, una cantilena che sa di sonno e noia. Buongiorno ragazzi, sedetevi, tuona il professore. Quaranta minuti, ce la puoi fare. Quaranta minuti passano, la lezione è finita, ma subito parte la musica. Un coro di mugugni si leva dal fondo. La musica continua, adunata, correre, di nuovo. Vi trascinate verso la pista di atletica, approfittandone per parlare un po', per scherzare, ma il coordinatore arriva, vi dice di mettervi in fila per gli esercizi. Uno, due, tre quattro, due, cinque sei...la sequenza è la stessa ogni giorno ma lo studente di fronte a te va fuori tempo lo stesso, ridacchi, poverino non ha il senso del ritmo. Correre, correre, bisogna correre, essere rimproverati perchè siete troppo lenti, anche se la classe di fronte alla vostra è più lenta. Jie Sai esclama il professore. torni di corsa in classe a ripassare, la prossima ora c'è compito. Una studentessa passa a distribuire i fogli, si comincia. Scrivi, scrivi, scrivi, quanto lungo è questo test? Crocetta dopo crocetta, domanda dopo domanda la campana suona di nuovo. Consegni il foglio, è andata bene. Non fai in tempo ad esserne felice che entra il professore di matematica. Chiama i nomi degli studenti che hanno passato l'ultimo test, si congratula con loro. Non con te, hai preso uno dei voti più bassi della classe. Con l'amaro in bocca aspetti l'ora di pranzo, prendi la carta del telefono e chiami la mamma. Glielo dici. Non hai passato il test. Ti sgrida, ti dice che ti devi impegnare di più, poi ti chiede se il resto va tutto bene, hai mangiato? Vai di corsa a mangiare! Ma tu non hai voglia di mangiare, ti senti grassa, anche se sei considerata uno dei "fiori" del tuo anno. Peccato ti abbiano fatto rompere con il tuo ragazzo, lui ti avrebbe consolata, ma non avete tempo di innamorarvi voi, dovete studiare, sempre studiare. Quindi torni in classe a buttarti avanti con i compiti. Ti gira un po' la testa, vai a comprare del latte al negozio della scuola ed è già ora di lezione. Un'ora, due ore, tre ore, è ora di cena,ma hai il permesso di uscire e vai a comprare il the nel negozio di fronte al cancello. Ancora lezione , la tua compagna di banco si è addormentata di nuovo, la svegli. Verso le sette è ora di studiare da soli, matematica proprio non va giù, ma devi assolutamente recuperare quel voto. Sono già le nove, torni in dormitorio, sei la prima ad entrare in doccia, poi accendi la lampadina a pile e fai i compiti di inglese e cinese. Le tue amiche ridono di qualcosa, ma non riesci a smettere di pensare al test che hai fallito. Mezzanotte, meglio dormire. Ti arrampichi sul letto, chiudi la zanzariera con le mollette del bucato ma ti rendi conto che hai dimenticato di spegnere la tua lampada,allora torni giù, vedi qualcosa infilato tra due pagine di quaderno. Un biglietto. Mi manchi, vediamoci domani in mensa. Porti il biglietto alle labbra. Sorridi. Non sarà molto, ma ti senti sollevata, avrai qualcosa per cui svegliarti domani che non sia matematica. Svegli una delle tue compagne, le mostri il biglietto. Lei ride e ti scaccia. Spegni quella luce, ti urla un'altra. Sì, giusto, meglio spegnerla, che domani alle sei e mezza ti svegli...
Friday, 23 May 2014
Thursday, 15 May 2014
some things go and some things stay.
Meno trentacinque giorni. Trentacinque giorni in Cina. Trentacinque giorni che passerò a studiare cinese, a scrivere storie per bambini, cercare di imparare vocaboli, rispondere a domande imbarazzanti, fare e disfare la cartella.
Trentacinque giorni e sono finalmente in pace con me stessa. Per tutto questo tempo ho lottato contro il mio destino cinese, contro il Sichuan, contro Xindu, contro le foto dei miei amici in altre parti del mondo, ma adesso basta. Non mi importa cosa va bene e cosa va male, ho deciso che va tutto bene, che non importa se vado a Xi'An o no, che mi va bene aver pianto così tanto che il livello dello Yangtze si è alzato pericolosamente, e se ho voglia di cambiare il mio nome cinese lo cambierò quanto voglio.
Sto bene perchè so che tra poco avrò tempo di guardare indietro e vedere tutto quello che è successo in questi dieci mesi come un dipinto che qualcun altro ha appeso di fronte a me, e anche se magari farò fatica a credere che quella ritratta sono io, almeno lo avrò di fronte a me, e potrò dire che ce l'ho fatta.
Cina, me ne hai fatte passare di tutti i colori, ma ti voglio bene, ci vediamo quando non dovrò più correre ogni mattina indossando l'uniforme. Grazie dei ricordi.
Thirty-five days left. Thirty-five days in China. Thirty-five days that I will spend studying Chinese, wriing stories for children, trying to learn new words, answering embarassing questions, taking things from my backpack and putting them back in.
Thirty-five days and I am finally at peace with myself. All this time I have been fighting against my Chinese destiny, against Sichuan, against Xindu, against the pictures my friends posted from all over the world, but now it's over. I don't care what goes well and what doesn't, I decided it's going to be all right, it doesn't matter whether I am going to Xi'An or not, I am ok with the fact that I cried so much the level of the Yangtze River became dangerously high, and if I want to change my Chinese name again I will do that.
I feel good because I know in a little time I will be able to to see everything that happened to me like a picture that someone else painted and put iin front of me, and even if maybe I will find it hard to believe that the one in the picture is me, at least I will have it in front of me, and I wil be able to say I made it. China, you made me go through a lot, but I love you, see you when I will not have to run wearing tha school's uniform. Thank you for the memories.
Subscribe to:
Comments (Atom)